“Chókwè, memorie di un medico”

la mostra personale di Ezio Gianni Murzi

 

INAUGURAZIONE: martedì 28 maggio 2024 h 18.00 > 21.00

May 28th, 2024 h 6.00 p.m. > 9.00 p.m.

Laboratorio Fotosciamanna, Via del Gelsomino, 70 – Roma

Fino al 21 giugno 2024 (h 10.00 > 13.00 e h 15.00 > 18.00)

Until June 21th, 2024 ( h. 10.00 am > 01.00 pm and h. 3.00 pm > 6.00 pm)

Chókwè, memorie di un medico

Questa è la storia di una esperienza che definisce una vita. Questa è una storia di ingenuità, resistenza, devozione e amore. Questo è il racconto dei miei trascorsi come medico in prima linea in Mozambico e delle differenze del sistema sanitario attraverso più di 40 anni di storia. È anche e sopratutto la storia di un cambiamento sistemico messo in atto dalle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli a Chókwè per affrontare adeguatamente la pandemia da HIV/AIDS. Sin dai primi anni ’90 le suore hanno lavorato instancabilmente dandosi le strutture e gli strumenti più recenti nonché mettendo in atto una strategia che va oltre le mura degli ospedali e raggiunge in profondità le comunità.

Chókwè, memories of a doctor

This is the story of a life defining experience. This is a story of ingenuity, endurance, devotion and love. This is the story of my past as a frontline physician in Mozambique and the differences in the health care system through more than 40 years of history. This is the story of a successful systemic change brought about in Chókwè by the Daughters of Charity of St Vincent de Paul at the start of the HIV/AIDS epidemic when, in the early 1990’s, the Sisters realized that they required the structures and the means to cope adequately with the situation. Since then, the Sisters have worked tirelessly. Health units have been built or adapted, including a sophisticated lab equipped with the latest instruments and most importantly a strategy has been devised, one that goes beyond the hospitals’ walls and reaches deep into the community.

 

Alla fine degli anni 70, giovanissimo, ti sei ritrovato catapultato in una esperienza difficile e straordinaria come quella dell’ospedale di Chókwè in Mozambico. È stata questa vicenda eccezionale a spingerti a fare tante fotografie e quindi in un certo senso a farti diventare un fotografo?

 

Fotografavo già da tempo, ma quando cominciai a lavorare in Mozambico decisi di documentare quello che vedevo. Le lenti dell’obiettivo mi aiutavano a vedere la realtà in maniera impersonale. L’emotività di quanto osservavo si scaricava nell’inquadratura, uno stacco necessario in Mozambico dove tutto era altamente emotivo. Presi la decisione di partire mentre mi trovavo a Sassetta, un comune di 600 anime in provincia di Livorno, dove lavoravo da un anno e mezzo come medico condotto, oggi lo definiremmo medico di base, quando il Professor Silvio Pampiglione, che era molto amico del partito al potere in Mozambico, mi chiamò per chiedermi di far parte del suo gruppo di lavoro e se volessi insegnare medicina di primo livello e della comunità all’università di Maputo in Mozambico. Dissi di sì senza esitazioni. La notizia causò il classico fulmine a ciel sereno per i miei genitori, parenti e amici. Avevo alle spalle sette anni di pratica medica e chirurgica, avendone passati cinque in ortopedia e traumatologia all’ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma. Mi sentivo pronto. Ma mai mi sarei immaginato cosa sarebbe accaduto e cosa avrei trovato. Arrivato a Maputo fui invitato perentoriamente ad incontrare un direttore non meglio specificato al Ministero della Salute la sera stessa del mio arrivo. Grande fu la mia sorpresa quando fui introdotto nell’ufficio del Ministro della Sanità del Mozambico in persona, Dottor Hélder Martins, che mi disse: “Ho letto il suo curriculum. Lei non insegnerà a Maputo. Ho deciso di mandarla a Chókwè, capoluogo del distretto del Limpopo, come direttore dell’ospedale e del distretto sanitario”. 

Il messaggio era chiaro e non lasciava spazio a dubbi o alla discussione. Quando arrivai a Chókwè, scoprii che la realtà era al di là di qualsiasi immaginazione. Un’epidemia di morbillo associata alla carenza di vitamina A stava uccidendo e accecando i bambini sotto lo sguardo spesso indifferente delle infermiere e delle suore locali. Era come se la vita non avesse senso. Inoltre, gli spazi non erano usati come previsto dall’architetto che li aveva progettati e i flussi di lavoro erano complicati o inesistenti. Una parte cruciale dell’ospedale, il blocco delle sale operatorie, era incompiuta. Le stanze nei reparti erano piene di pazienti, ma la loro diagnosi non era formulata. L’assistenza ostetrica era minima e la mortalità materna era alta. La chirurgia era limitata all’appendicite e al parto cesareo, operazioni eseguite da un tecnico della Guinea Conakry in una piccola stanza che si apriva direttamente su un corridoio senza filtri. Mi misi al lavoro, a organizzare le routine e i flussi di lavoro settimanali, inclusa la chirurgia di elezione. Due persone diventarono miei collaboratori stretti e mi aiutarono grandemente: Suor Maddalena e l’infermiere Felipe. 

 

At the end of the 70s, very young, you found yourself catapulted into a difficult and extraordinary experience as being the director and the only doctor of Chókwè hospital in Mozambique. Was it this exceptional story that pushed you to photograph and that made you a photographer?


In my youth, I had been photographing for some time, but when I started working in Mozambique I decided to document what I was seeing. The camera lens helped me to see reality in a detached way. The emotions of what I observed were captured into the frame more than in my brain. I made the decision to go to Mozambique while I was in Sassetta, a municipality of 600 souls in the province of Livorno, where I had been working for a year and a half as a medical officer, today we would call her or him a general practitioner and family doctor, when Professor Silvio Pampiglione who was a close friend of the ruling party of Mozambique, called me and asked me to be part of his working group hired to teach Primary Health Care at the University of Maputo in Mozambique. I said yes without hesitation. The news were like the classic lightning bolt from the blue for my parents, relatives and friends. I had seven years of medical and surgical practice behind me having spent five years in orthopaedics and traumatology department of the Santo Spirito hospital in Rome. I felt ready. But I would never have imagined what later happened. When I arrived in Maputo I was summoned to meet with an unspecified director at the Ministry of Health on the same evening of my arrival. Great was my surprise when I was introduced to the office of the Minister of Health of Mozambique in person who said to me: – I read his resumé. You will not teach in Maputo. I decided to send you to Chókwè, the capital of the Limpopo district, as director of the hospital and health district. The message was clear and loud and left no room for doubt or discussion. When I arrived at Chókwè, I discovered that reality was beyond my faintest imagination. A measles outbreak associated with vitamin A deficit was killing and blinding children under the often indifferent gaze of local nurses and nuns. It was as if life didn’t make sense. The spaces were not used as expected by the architect who had designed them and the workflows were not efficient or non-existent. A crucial part of the hospital, the operating rooms, was unfinished. The rooms in the wards were full of patients but their diagnosis were not formulated. Obstetric care was minimal and in-hospital maternal mortality was high. The surgery was limited to appendicitis and cesarean section operations performed by a Guinea Conakry technician in a small room that opened directly into a corridor without filters. I put myself to work, organizing routines and daily weekly workflows, including starting elective surgery. Two people became my closest associates and helped me greatly: Sister Maddalena and nurse Felipe.

Il tuo lavoro di medico ti ha portato in giro per il mondo, perché hai voluto rendere omaggio proprio a questa esperienza in Mozambico per la tua mostra personale?


L’esperienza e la responsabilità di quegli anni mi segnarono fortemente per il loro impatto emotivo, ma soprattutto per la capacità del personale di agire al di là del loro dovere. Per quanto mi riguarda, sono stato sotto le bombe a Baghdad durante la prima guerra del Golfo del 1991. Ma nulla è paragonabile all’esperienza del Mozambico e degli episodi di guerra del 1979. Furono ricoverati nel mio ospedale più di trecento feriti in meno di 24 ore. Io ero l’unico medico. Stavo in camera operatoria 16 e a volte 18 ore, poi dormivo due o tre ore per ricominciare. Nelle prime ore i corridoi erano pieni di feriti con ferite gravi da arma da fuoco, seguiti nei giorni successivi da gangrene e ferite aperte. L’ospedale riusciva a ricoverare 120 pazienti circa, per cui molti feriti erano sdraiati a terra, su giacigli di emergenza, chiedendo e implorando attenzione. Dovevo decidere al momento chi operare e chi lasciare in attesa, forse di morire. Quelle erano decisioni agonizzanti, prese con poco supporto diagnostico e senza colleghi per condividere l’onere. A tutt’oggi vedo ancora davanti a me quei visi e quegli occhi. 

 

Your work as a doctor took you around the world, why did you want to pay tribute to this very experience in Mozambique for your personal exhibition?


The experience and responsibility of those years marked me strongly. Those were life defining years for their emotional impact but above all for the ability of the staff to act beyond their duty when facing an emergency as we had to do September 1979. As far as I am concerned, I was under bombs in Baghdad during the First Gulf War of 1991. But nothing compares to the experience of Mozambique and the 1979 war episodes. More than three hundred wounded people, civilians and military alike, were admitted to my hospital in 24 hours. I was the only doctor. I had to be in the operating room 16 and sometimes 18 hours a day. The corridors were full of the wounded lying on the ground, on emergency cots, asking and begging for attention. I had to decide on the spur of the moment who to operate and who to leave waiting, perhaps to die. Those were agonizing decisions, made with little diagnostic support and without colleagues to share the burden. To this day I still see those faces and eyes in front of me.

Al di là del valore della memoria, Chókwè è un lavoro sul cambiamento e sulla crescita attraverso la collaborazione e la solidarietà. Potendo scegliere liberamente, dove ti piacerebbe che venisse proposto e raccontato questo tuo lavoro?

 

Al Santo Spirito nelle corsie Sistine recentemente restaurate e a Chókwè per il mio legame affettivo e professionale. Ma anche in altre sedi, per esempio dell’Ordine delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, perché loro sono le fautrici del cambiamento, nonché per il loro lavoro scientifico con il sofisticato laboratorio di analisi e quello sociale nei villaggi con le famiglie affette da HIV, aiutandole spesso economicamente a far crescere i nipoti orfani. Mi piacerebbe che venisse esibita nei locali della Comunità di Sant’Egidio, quest’ultima perché iniziò i nuovi protocolli di trattamento dell’HIV nel 2002, nonché per lo stretto legame che la Comunità ha con il Mozambico.

 

Beyond the importance of dealing with the memory, Chókwè is an example of change work and growth through collaboration and solidarity. Being able to choose freely, where would you like this work of yours to be proposed and told?

 

To the Santo Spirito hospital, in the recently restored Sistine wards and to Chókwè for my emotional and professional bond. But also in other locations of the order of the Daughters of Charity of St. Vincent de Paul, because they are the agents of change as well as for their scientific work with the sophisticated laboratory able to carry most of HIV related blood analysis and the social work they are doing in the surrounding villages with families affected by HIV, often helping them economically to raise orphaned grandchildren. I would like it to be exhibited in the premises of the Community of Sant’Egidio, the latter because it started the new HIV/AIDS protocols in 2002 and because of the close links that the Community has with Mozambique.

 

L’autore.

Sono un medico, diventato fotografo e appassionato narratore. In gioventù ha lavorato in Mozambico 1977–1981, dove vi sono tornato recentemente per documentare le strategie di successo nella lotta contro la tubercolosi e l’HIV/AIDS. Nel 1988, dopo un periodo presso il Ministero degli esteri italiano come consigliere tecnico, sono entrato all’UNICEF, e per 20 anni successivi sono stato assegnato in paesi dell’Europa orientale, Medio Oriente, Africa meridionale, occidentale e centrale, India e Stati Uniti.

 

The author.

I am a medical doctor, turned photographer and passionate storyteller. I worked in Mozambique 1977–1981 where I returned recently to document successful strategies in the fight against TB and HIV/AIDS. In 1988 After a two terms in Zanzibar, and a third one at the Italian Foreign Ministry as technical adviser, I joined UNICEF and for following 20 years I was posted to countries in Eastern Europe, the Middle East, South and West Africa, India and the USA.

 

sito web Ezio Gianni Murzi

instagram

“Chókwè, memorie di un medico”, la fanzine

 

Fotografie e testi: Ezio Gianni Murzi

Book design ed editing: Giulia Pissagroia

Post produzione: Sergio Casella

Stampato presso: Tipografia Ograro

Maggio 2024 – I edizione (150 copie)

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